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L'Aquila, l'uccello del tuono

articolo di Santinelli Alessio

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L'Aquila è una costellazione a cavallo dell'equatore celeste ed è attraversata dalla Via Lattea, in particolare dalla cosiddetta Fenditura dell'Aquila, un insieme di nebulose oscure e polveri interstellari che si stagliano contro la Via Lattea oscurandone la brillantezza e che costituiscono la naturale prosecuzione della Fenditura del Cigno.

All'Aquila appartiene la stella Altair (α Aquilae, di magnitudine 0,77), la dodicesima stella più brillante del cielo, che con Deneb del Cigno e Vega della Lira forma il celebre Triangolo d'Estate. Il nome Altair deriva dall'arabo al nasr al tair, che significa "l'aquila volante". Ai lati della stella stanno "come sentinelle" Alshain (β Aquilae, di magnitudine 3,71) e Tarazed (γ Aquilae, di magnitudine 2,67), i cui nomi derivano dal persiano Shanin tara zed, "il falco che colpisce le stelle". Il particolare allineamento di queste tre stelle, in cui Altair si trova al centro, ha evocato sin dall'antichità l'immagine di un'aquila, con Altair a rappresentare il collo e Alshain e Tarazed le ali spiegate.

I popoli mesopotamici la denominavano A.MUSEN in sumerico, eru in accadico, e la immaginavano proprio come un aquila. Il mito sumero che la ricorda è il mito di Etana, re sacerdote della prima dinastia che governò sulla città di Kish in un periodo compreso tra il 3000 e il 2700 a.C. Etana era un re potente e benvoluto, che ad un certo punto cominciò a trascurare la buona amministrazione del regno a tal punto che gli dei lo punirono rendendo sterile la regina. Il re, disperato, elevò preghiere al dio del Sole Shamash con grandi sacrifici, affinché restituisse la fertilità alla moglie così da avere un erede. Il dio accolse la preghiera, ma ad un prezzo, quello di andare alla ricerca di un'aquila tenuta prigioniera da un serpente in un pozzo: essa lo avrebbe condotto in cielo dove si trovava la pianta della fertilità e del parto. L'impresa riuscì e Etana salì sulla groppa dell'aquila che lo condusse verso le alte dimore degli dèi. A questo ci sono due varianti del mito: nella prima il re, stremato dal viaggio interminabile lungo il firmamento, lasciò la presa e precipitò insieme al rapace nell'oceano, dove perirono: nella seconda l'aquila riuscì a condurre Etana alle soglie delle dimore degli dèi che lo accolsero, lo ascoltarono e gli concessero la pianta della fertilità che avrebbe dovuto mangiare con la moglie e che gli sarebbe valso di lì a poco la nascita di un erede. Per queste ragioni l'aquila fu immortalata nel firmamento.

Presso i Greci invece la storia dell'aquila ricorda il ratto di Ganimede da parte di Zeus, che aveva assunto le sembianze del rapace. Illuminante a tal proposito potrebbe essere il passo di Ovidio (Metamorfosi, X, 155-161):

Una volta il re degli dèi, d'amore ardendo
per il frigio Ganimede, si mutò in nuove sembianze
che più belle gli parvero di quelle divine.
Fra tutti gli uccelli degno di sé stimò
quello capace di portare le sue saette.
Senza indugiare, l'aria battendo
con false penne rapì il giovanetto
della stirpe di Ilo che ancora oggi mesce il vino
e il nettare serve a Giove, Giunone ostile.

Con ciò si spiega perché la costellazione dell'Aquila sia posta nel firmamento celeste direttamente sopra l'Acquario, che fin dall'antichità simboleggiava Ganimede ormai divenuto coppiere ufficiale degli dèi; si spiega inoltre la ragione per cui l'Aquila fu da sempre animale sacro al dio del tuono Zeus, in quanto l'unico in grado di portare avanti e indietro la folgore che il dio adirato lanciava contro i suoi nemici.

Un altro racconto che merita di essere ricordato è quello relativo alla morte di Antinoo al tempo dell'imperatore Adriano. Antinoo era abitante della Bitinia e quando l'imperatore lo vide fu così rapito dalla sua bellezza che se ne innamorò. Un giorno l'oracolo di Besa nell'Alto Egitto comunicò l'imminente morte del sovrano stesso o di chi più amava. Perciò Antinoo, comprendendo che solo con il suo sacrificio avrebbe reso salva la vita dell'imperatore, si gettò nelle acque del Nilo dove scomparve. Adriano, immensamente addolorato, fondò una città nel 130 d.C. presso Besa in Egitto, che chiamò Antinoopoli in suo ricordo e, con l'aiuto di astronomi alessandrini, ideò nel firmamento la costellazione di Antinoo, tra gli artigli dell'Aquila. Infatti l'aquila, essendo da sempre animale sacro a Zeus/Giove, venne ad essere adottato anche come emblema del potere regale dell'imperatore; inoltre, dal punto di vista astronomico, con l'approssimarsi del solstizio invernale, la costellazione dell'Aquila scompare al di sotto dell'orizzonte apparendo successivamente con l'ingresso della primavera quasi a simboleggiare all'immortalità nella rinascita stagionale. D'altronde, come spiega Cattabiani nel suo Planetario, "l'aquila ha simboleggiato l'eterna giovinezza e l'immortalità da sempre. Nel salmo 102 Davide cantava: 'Si rinnoverà come quelle dell'aquila la tua giovinezza' ".


 
 
 

 
 

 
osservatorio
Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 39, anno 2013)

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