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Pegaso, il cavallo alato celeste

articolo di Santinelli Alessio

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Pegaso è una delle costellazioni più facilmente individuabili del cielo boreale, per via del celebre quadrato di stelle e in virtù della sua identificazione con la parte superiore di un cavallo.

L'immagine del cavallo alato si trova vicino alle costellazioni della principessa Andromeda, dell'eroe Perseo che salvò quest'ultima dal mostro marino Ceto, quindi vicino alla regina Cassiopea e al re Cefeo. Non a caso tutte e cinque queste costellazioni fanno parte di un unico grande mito di cui abbiamo più volte parlato, in cui il nostro cavallo rientra marginalmente.

Pegaso nacque nel momento preciso in cui Perseo tagliò la testa della Medusa. Il nome sembra essere collegato alla parola greca pege cioè "sorgente": infatti è figlio di Poseidone, dio dei mari e creatore dei cavalli, che generò Pegaso e Criasore violentando Medusa all'interno di un tempio dedicato ad Atena. Proprio per questo oltraggio Medusa, da bellissima ragazza, venne tramutata nell'orribile mostro dalla testa avvolta in spire di serpenti, che pietrificava gli uomini con il solo sguardo.

Il mito, colto nel suo aspetto figurato, altro non vuol significare che la conquista della Libia da parte degli Argolidi, incarnati dall'eroe Perseo; presso di essi imperava ancora un culto matriarcale dove si venerava la dea Neith, la cui egida altro non era che una pelle di capra protetta da una maschera di Gorgone contenente un serpente. Pegaso, una volta balzato fuori dal collo della Medusa, volò sul monte Elicona dove, con un colpo di zoccolo lunato, fece scaturire la sorgente che da allora prese il nome di Ippocrene, "la sorgente del cavallo", alla quale si dissetavano le Muse nutrendo la loro ispirazione. Il cavallo volava libero senza mai farsi avvicinare da nessuno finché un giorno Bellerofonte, con l'aiuto di una briglia d'oro donatagli dalla dea Atena, riuscì ad imbrigliarlo e a domarlo.

Bellerofonte, figlio di Glauco re di Corinto, o forse dello stesso Poseidone, e di Eurinome, inizialmente doveva chiamarsi Ipponoo, ma uccise accidentalmente Bellero, tiranno di Efira, da cui il soprannome Bellerofonte, cioè "l'uccisore di Bellero". Per questo fu esiliato da Efira e si recò ad Argo dove fu purificato dal re Preto. In quell'occasione la moglie del re Steneba si invaghì del ragazzo, ma sentendosi rifiutata lo accusò falsamente di averle usato violenza. Il re che non voleva macchiarsi del sangue di un ospite, mandò Bellerofonte dal suocero Iobate, in terra di Licia, come portatore di una lettera sigillata in cui vi era l'ordine di ucciderlo. La lettera però fu aperta soltanto dopo dieci giorni e il re sconcertato ordinò al giovane di uccidere un orribile mostro che stava devastando le sue terre, la Chimera, tanto per non macchiarsi le mani anch'esso. La Chimera, nata dall'unione dei mostri Tifone ed Echidna, aveva la testa di leone, corpo di capra e la coda di serpente: un chiaro rimando al calendario arcaico sacro alla Magna Mater preellenica, dove il leone rappresentava la primavera, la capra l'autunno e il serpente l'inverno. Dunque Bellerofonte, in groppa a Pegaso, si precipitò dall'alto sul mostro crivellandolo di frecce o, secondo alcuni, conficcandogli tra le mascelle un pezzo di piombo che, fuso dal suo alito rovente, colò nello stomaco uccidendolo.

L'eroe, tornato vittorioso, dovette però sopportare ben altre imprese, come l'uccisione dei Solimi, popolazione nemica alla Licia, e delle Amazzoni. Al ritorno il re Iobate gli tese un'imboscata, ma l'eroe riuscì a sconfiggere tutti gli assalitori, costringendo il re a confessargli il contenuto della lettera. Il re diede in sposa la figlia Autonoe a Bellerofonte: dalla loro unione nacquero tre figli. Nel frattempo Bellerofonte si vendicò della regina Steneba, invitandola a salire con lui in groppa a Pegaso per poi precipitarla dall'alto.

Purtroppo però il successo delle sue imprese fece perdere la testa all'eroe che volle competere con gli dei cercando di raggiungere l'Olimpo. Zeus, che mai lasciava impuniti i peccati di superbia, mandò un tafano a colpire Pegaso: questo disarcionò Bellerofonte, facendolo precipitare su un roveto. L'eroe non morì ma finì i suoi giorni solo, cieco, storpio e maledetto, evitando le strade battute dagli uomini, finché non lo colse la morte.

Pegaso invece riuscì a raggiungere l'Olimpo dove lo accolse Zeus che lo alloggiò nelle antiche stalle del monte, facendolo dal quel giorno trasportatore delle folgori forgiate per lui dai Ciclopi. Come tutte le imprese eroiche anche questa fu immortalata da Zeus nel firmamento, dove gli antichi vedevano il cavallo alato galoppare libero e senza vincoli.


 
Il cavallo alato...
Il cavallo alato...

 
osservatorio
Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 37, anno 2012)

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