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Un osimano scrisse a Galileo

articolo di Morroni Massimo

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Molto poco si conosce dell'autore, Antioco Bentivogli, delle due lettere, datate 21 settembre e 19 ottobre 1614 e scritte da Osimo. È ritenuto un matematico, astronomo e scienziato. Dalla prima lettera si apprende che ha "molte occupazioni", che si trova al servizio del vescovo cardinale Gallo "nel suo collegio del Seminario" e che è occupato "massime per servitio de' suoi nepoti", parenti cioè del vescovo. Afferma inoltre che non ha un luogo comodo per compiere osservazioni astronomiche "né compagno che si diletti di simili speculationi". È in procinto di dare alle stampe un suo compendio di sfera, cioè un trattato di astronomia, per cui ha ordinato a Venezia e a Roma le opere di Galileo per approfondire il movimento della Terra e le "altre cose fin qui tenute per false".

Due sono gli argomenti principali dei quali il Bentivogli scrive a Galileo: le macchie solari e il cannocchiale. Nella prima lettera, Bentivogli afferma che il suo "occhiale" (cannocchiale) non è affatto buono e non ha la qualità delle lenti di quello di Galileo. Infatti, nella seconda lettera, gli chiede un "paro di vetri, se non esquisiti almeno buoni", non badando a spese, perché afferma di non tener "conto di danari dove ci è l'interesse del sapere". Ritiene i propri "vetri" troppo ordinari: "in consideratione delle cose celesti danno pochissima sodisfatione".

Nella seconda lettera, il Bentivogli invita inoltre Galileo ad aiutarlo a ribattere le accuse di coloro che considerano fallace la visione fornita dal cannocchiale. Essi infatti sostengono che l'eccessiva distanza degli oggetti celesti, "tanti milioni di miglia", non può essere annullata da quello strumento. Inoltre, come la nostra vista si inganna nel "guardare al mare, il quale ci appare turchino, benché non sia", maggiormente sbaglia nei confronti di oggetti tanto più lontani.

L'altro importante argomento, del quale il Bentivogli tratta in entrambe le lettere dirette a Galileo, è costituito dalle macchie solari. Secondo le odierne conoscenze, ormai consolidate da molto tempo, lesolariregioni della superficie solare con temperature inferiori rispetto alle zone circostanti. Sono inoltre caratterizzate da una forte attività magnetica. Queste caratteristiche rendono queste zone della fotosfera più scure ed appaiono ad un osservatore esterno come una macchia sul Sole.
Le osservazioni delle macchie solari da parte di Galileo datano dal 1610 (estate o autunno). Nel 1613 pubblicava quindi a Roma la Istoria e dimostrazioni intorno alle Macchie Solari e loro accidenti, comprese in tre lettere scritte all'illustrissimo signor Marco Velseri. L'importanza di queste tre lettere è grandissima nella storia del pensiero scientifico; infatti con esse si inizia lo studio sistematico della costituzione del Sole e, soprattutto, il principio dell'incorruttibilità dei cieli viene scosso dalle fondamenta, in quanto il Sole appare in preda a variazioni del tutto simili a quelle del mondo elementare. Si scopre inoltre il movimento di rotazione solare e si pone il problema preciso del rapporto tra esso ed il movimento di rivoluzione dei pianeti.

Antioco Bentivogli, nel settembre del 1614, comunica a Galileo che sta leggendo il suo scritto sulle macchie solari "con grande ammiratione et indicibile delettatione". Anch'egli ha osservato le macchie nel disco solare e non crede che appartengano al "corpo del sole, non parendo convenevole che nel fonte della luce possa esser tal mancamento". Se poi vi fossero, "non sarriano mobili". Esse non possono identificarsi con Mercurio, Venere o altre stelle, come ha già dimostrato Galileo.

A questo punto il Bentivogli, seguendo la filosofia aristotelica, confessa di non ardire di ammettere che nel cielo "si diano alterationi"; piuttosto pensa che le macchie dipendano "da alcune parti delli cieli inferiori al sole, nelle quali non è gran cosa nè absurda concedere che si trovino molte parti più rare e più dense, le quali non potendosi vedere per sè stesse, opposte al sole si vedano, et faccino apparir quello macchiato, come otto anni fa mi ricordo haverlo veduto io, essendosigli opposta una cometa di quella sorte come carboni estinti, generata nell`aere". Comunque il Bentivogli si rimette al giudizio di Galileo, confessandosi molto meno esperto di lui.

Il Bentivogli si trova a vivere proprio nel momento del trapasso dalla antica mentalità alla moderna per quanto riguarda la concezione del mondo. Per quanto concerne la visione classica, egli ne parla come di "commune et già invecchiata opinione non dico del vulgo ma anco di huomini dotti". In altri punti delle lettere il Nostro appare ancora legato ad Aristotele, come quando dichiara che non ardisce ancora allontanarsi dalla filosofia antica, e soprattutto da quella aristotelica, per quanto riguarda la presenza di alterazioni nel cielo.

Appare evidente che il Bentivogli si trova a lottare tra i retaggi della tradizione filosofico-scientifica e gli apporti della nuova scienza, i quali arrivano ad influenzare e a sconvolgere anche le credenze filosofiche e religiose. Si dimostra comunque appieno figlio della nuova mentalità, quando se ne esce con l'espressione "quasi Iddio, quando diede a gli altri filosofi o astrologi l`ingegno di sapere molte cose, chiudesse la via a gl`altri d`inventar nuove dotrine: il che se fusse, non si sariano di nuovo ritrovati gli antipodi, da gli antichi negati, et tante altre cose le quali tuttavia si trovano et s`insegnano".


 
Macchie solari d...
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Cristiano Banti,...
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Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 36, anno 2012)

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