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Il cielo di Omero

articolo di Santinelli Alessio

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Il cielo stellato è l'eredità che ci accomuna a tutti i popoli del passato; nel tempo infatti sono cambiati il paesaggio, il territorio, gli usi e i costumi di un popolo, ma l'unica cosa che è rimasta quasi immutata è il cielo notturno che sovrasta noi e tale e quale sovrastava i nostri avi. I poemi omerici, che costituiscono la prima forma di letteratura nel mondo occidentale, sono senza ombra di dubbio i primi testi in cui si trovano conoscenze astronomiche di un certo rilievo. Omero, il cui operato si colloca all'incirca intorno al 775 a.C., per primo accenna alle costellazioni nel XVIII libro dell'Iliade allorquando descrive lo scudo di Achille:

"Raffigurò la terra e il cielo e il mare, e poi il sole instancabile e la luna piena e tutte le costellazioni che incoronano il cielo, le Pleiadi, le Iadi e il grande Orione e l'Orsa - che chiamano anche Carro - l'Orsa che gira su se stessa rivolta ad Orione ed è la sola che non si bagna nelle acque di Oceano."

La descrizione dello scudo continua con una lunga iconografia di scene di vita quotidiana - dalle nozze alla guerra, dalla mietitura alla vendemmia - e il significato profondo di questa rappresentazione sta nel voler racchiudere all'interno di un'arma, la cui forma già di per sé richiama quella di una sfera, tutti quei valori e quelle esperienze sensibili che costituivano l'ecumene, il mondo intero. L'eroe quindi non era solo portatore di uno scudo riccamente e intelligentemente fabbricato, ma era colui nel quale questi valori si incarnavano. Per quanto concerne la descrizione del cielo si può notare come siano ben salde alcune conoscenze astronomiche frutto di attente osservazioni condotte nel tempo. Innanzitutto la menzione del Sole definito "instancabile", quindi un forte richiamo all'idea geocentrica tipica di tutta la mitologia greca, che vede il Sole trasportato dal carro di Elio. Inoltre le costellazioni raffigurate sono quelle meglio note e più facilmente riconoscibili nel cielo: sono menzionati Orione e gli ammassi stellari delle Pleiadi e delle Iadi, tutti e tre visibili in un periodo che va dall'autunno alla primavera. È indicata anche l'Orsa Maggiore, con una piccola descrizione che accenna al fatto che viene chiamata anche "carro" - denominazione che deriva dal mondo babilonese - e al suo girare sempre attorno al polo celeste: "ed è la sola che non si bagna nelle acque di Oceano". Infatti l'Orsa Maggiore è una delle costellazioni circumpolari, quelle che, per le nostre latitudini, non tramontano mai durante la notte e nel corso dell'anno.

In un altro passo, tratto dal V libro dell'Odissea, si narra la partenza di Ulisse dall'isola di Ogigia, sede della ninfa Calipso:
"Così col timone drizzava il cammino sapientemente, seduto: mai sonno sugli occhi cadeva, fissi alle Pleiadi, fissi a Boote che tardi tramonta, e all'Orsa, che chiamano pure col nome di Carro, e sempre si gira e Orione guarda paurosa, e sola non ha parte ai lavacri d'Oceano; quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa, di tenere a sinistra nel traversare il mare."

Rispetto al brano precedente la novità sta nell'introduzione della costellazione di Boote, che in cielo si trova vicina all'Orsa maggiore, che viene presentata con termini analoghi a quelli usati nell'Iliade. Ciò non dovrebbe destare meraviglia se si attribuisce la paternità dei due poemi ad un unico compositore, Omero, e se si inquadra questa descrizione nel fare poetico tipico dello stile formulare dell'epica greca. Interessante è il consiglio che la ninfa dà ad Ulisse, cioè di tenere sempre sulla sinistra l'Orsa Maggiore. Infatti Ogigia si doveva trovare all'estremo occidente, nei pressi dello stretto di Gibilterra, e dovendo navigare verso la terra patria, la Grecia, l'eroe avrebbe dovuto viaggiare verso Oriente. Pertanto il Nord doveva realmente sempre "tenerlo a sinistra" e di notte questo era indicato proprio dall'Orsa Maggiore che, per il fenomeno della Precessione, era più vicina al Nord di quanto non lo sia oggi. Se si considera il fatto che la navigazione anticamente era litoranea, cioè non ci si addentrava mai in mare aperto per motivi di sicurezza e di notte si faceva approdo nei porti, è facile capire come Ulisse sia partito di mattina presto, con ancora le stelle ben visibili. Questa poteva essere una situazione ascrivibile al mese di giugno, in un orario compreso tra le 3.00 di mattina - quando la costellazione di Boote "che tardi tramonta" effettivamente stava tramontando a Nord-Ovest, l'Orsa era a Nord all'orizzonte e le Pleiadi stavano sorgendo ad Est - e le 4.30, ora della levata del Sole. Ulisse quindi aveva tutte e tre le costellazioni "dritto ai suoi occhi", in quanto tutte si stagliavano all'orizzonte (la ricostruzione del cielo notturno antico è stata possibile grazie ai software). Perciò la descrizione della partenza di Ulisse potrebbe essere specifica di un momento preciso dell'anno e non casuale, probabilmente frutto anche questa di una osservazione meticolosa del cielo da parte del compositore dell'opera o, più verisimilmente, di un apprendimento da parte del compositore stesso di tutte quelle conoscenze astronomiche frutto dell'esperienza dei naviganti.


 
Lo scudo di Achi...
Lo scudo di Achi...

Ricostruzione de...
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Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 35, anno 2012)

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