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La vita nell'Universo

articolo di Marconi Francesco

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La domanda se siamo soli nell’Universo oppure no, è un quesito che l’Uomo si pone da tantissimo tempo. Essa nasce dalla nostra naturale curiosità e coinvolge tanto la Scienza quanto la Filosofia. Che risposta possiamo dare oggi, all’inizio del terzo millennio? Tralasciando le supposizioni degli ufologi, possiamo rivolgerci ad un’altra disciplina per cercare una risposta: l’Esobiologia. Essa si avvale del contributo di altre materie come l’Astronomia, la Biologia, la Chimica, la Geologia e la Fisica.

La risposta che l’Esobiologia oggi è in grado di darci è: non conosciamo nessuna forma di vita extraterrestre, ma le condizioni per il suo sviluppo potrebbero essersi presentate con una certa frequenza. Il punto di partenza dell’Esobiologia è cercare di capire come sia apparsa la vita sulla Terra e quali sono state le condizioni indispensabili per tutto ciò. Questa è la premessa necessaria per poter "alzare gli occhi al cielo" e cercare altri posti nell’Universo in cui la vita potrebbe essersi formata. Tutti gli esseri viventi da noi conosciuti sono formati per più del 90% da una manciata di elementi tra cui spiccano l’ossigeno, il carbonio, l’idrogeno (l’elemento più abbondante dell’universo), l’azoto e il fosforo. Il carbonio merita ancora più attenzione poiché è grazie alle sue caratteristiche chimiche che è possibile la costruzione di grosse molecole molto complesse, quali sono quelle che caratterizzano gli esseri viventi. La vita si sarebbe formata a partire da questi elementi negli oceani della Terra primitiva. Una pietra miliare nella conoscenza dei processi di formazione degli esseri viventi è dato dall’esperimento condotto da S. L. Miller nel 1953. Ricostruendo in laboratorio quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente primitivo della Terra, si accorse che in pochi giorni il contenitore che simulava l’oceano si arricchiva di molecole organiche. La parola "organico", può tuttavia trarre in inganno, essa non significa vivente, ma più semplicemente, costituita da uno scheletro di carbonio. Tuttavia è molto significativo e stupefacente il fatto che una chimica già così complessa possa avvenire spontaneamente in ambienti estremi come quello della Terra primitiva (oggi abbiamo trovato quelle molecole anche sulle meteoriti, sulle comete e addirittura sulle nubi interstellari da cui stanno nascendo nuove stelle). Oggi si pensa che questa chimica prebiotica possa essersi spinta fino alla formazione di brevi catene di RNA, molecole in grado di contenere sia informazioni genetiche, sia di catalizzare reazioni chimiche. Inoltre catenelle di RNA potrebbero essere dotate di attività autoreplicativa, funzione alla base dei meccanismi della riproduzione Queste tre funzioni elencate sono caratteristiche di ogni essere vivente e per questo i modelli messi a punto negli ultimi 20 anni si basano sulle proprietà del RNA. Stiamo però ancora parlando di molecole, non di organismi cellulari magari anche molto semplici. Questo è proprio il passaggio più oscuro nei modelli formulati. Dalla formazione di questi ultimi in poi cominciamo ad avere importanti testimonianze fossili. Infatti, in rocce trovate in terreni molto antichi e stabili (come la Groenlandia o il Sud Africa) sono state trovate le impronte lasciate da batteri vissuti circa 3.8 miliardi di anni fa (contro un’età della Terra stimata in circa 4.5 miliardi di anni).

Ma esiste un altro posto nell’Universo in cui tutto ciò possa essersi ripetuto? Si ipotizzava Marte, ma le sonde spaziali, a partire dagli anni 70 ci hanno mostrato un pianeta su cui oggi molto difficilmente anche un batterio riuscirebbe a sopravvivere. Temperature perennemente sottozero e l’atmosfera molto rarefatta non permettono l’esistenza di acqua liquida, anche se ci sono parecchi indizi che sia allo stato di ghiaccio.

Rimanendo all’interno del Sistema Solare, sono pochi i corpi che presentano almeno alcuni degli elementi necessari per lo sviluppo della vita. Negli ultimi anni si parla della luna di Giove Europa. Le foto scattate dalla sonda Galileo hanno mostrato numerose fratture che lasciano pensare che al di sotto della crosta ghiacciata ci sia un oceano di acqua liquida. Altri indizi suggerirebbero poi la possibilità che sul fondo di questo oceano vi siano delle sorgenti termali, creando così degli ambienti molto favorevoli per la vita (come sono stati trovati nel fondo dei nostri oceani). Un altro oggetto interessante è Titano, la maggiore delle lune di Saturno. Essa è priva di acqua in maniera apprezzabile, ma la sua atmosfera è molto ricca di quelle molecole organiche di cui parlavamo all’inizio.

Ma al di fuori del Sistema Solare? Potrebbe esistere un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra? Anche se al giorno d’oggi pianeti orbitanti attorno ad altre stelle non sono stati ancora fotografati, altri tipi di indizi ci suggeriscano che essi siano piuttosto abbondanti (e sebbene la nostra fantasia dia per scontato che essi esistano).Se in futuro saranno trovati dei pianeti, allora l’attenzione degli astronomi si concentrerà su quelli di dimensioni simili alla Terra e orbitanti attorno alle proprie stelle a una distanza simile. Se poi si riuscirà a compiere l’analisi spettrale dell’atmosfera di questi pianeti, allora dovremo prestare attenzione alla presenza o meno dell’ossigeno, poiché nell’atmosfera primitiva della Terra esso era del tutto assente ed è stato immesso dagli esseri viventi (le piante).

Occorre aggiungere infine che un altro tipo di ricerca di vita extraterrestre si basa sul tentativo di captare segnali radio emessi da altre civiltà tecnologiche, come narrato nel film "Contact" con protagonista Jody Foster. E’ il progetto SETI.


 
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La superficie gh...
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Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 3, anno 2001)

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