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Archeoastronomia: il pozzo della Luna

articolo di Binnella Giacomo

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E' ormai opinione largamente condivisa che le popolazioni preistoriche del Neolitico avessero avanzate conoscenze astronomiche, oggetto di studio dell'archeoastronomia. Questo interessante frutto dell'incontro tra due discipline, apparentemente lontane, nasce dai tentativi di decifrare il complesso megalitico di Stonehenge e, all'inizio, non ebbe vita facile. Nonostante le prove sempre più numerose e nonostante uno dei primi studiosi di Stonehenge fosse sir Norman Lockyer, fondatore e direttore per 50 anni della prestigiosa rivista scientifica Nature, le resistenze iniziali all'archeoastronomia furono enormi. E non parlo solo della presenza tra le sue fila degli immancabili visionari fanta-scienziati; accettare l'idea che i costruttori di Stonehenge fossero in possesso di una scienza astronomica già 5000 anni fa minava la fede nella esclusività delle nostre conoscenze scientifiche. La posta in gioco era la ridefinizione dei parametri storici della scienza e della nostra civiltà.

Oggi sappiamo che gli astrologi-astronomi-sacerdoti del Neolitico, anche senza i nostri sofisticati strumenti astronomici, avevano accumulato, grazie ad osservazioni continue ed accurate, un'enorme quantità di conoscenze sul movimento della Luna, del Sole e dei pianeti, conoscenze che venivano poi utilizzate, sia per scopi agricoli, sia per prevedere o regolare gli avvenimenti più significativi della loro vita sociale. I precursori dei moderni osservatori astronomici erano strutture di pietra, spesso formate da enormi monoliti, dalle quali venivano seguite le posizioni del Sole, della Luna e di altri corpi celesti, allo scopo di misurare il tempo o di controllare il calendario.

Ne sono un esempio le miriadi di torri megalitiche, i nuraghi, che costellano il paesaggio sardo. Considerati, fino a pochi anni fa, sistemi fortificati, oggi si pensa che abbiano anche svolto funzione di templi-osservatori. Avevano le aperture in corrispondenza del mezzogiorno e, in molti dei 7000 nuraghi rimasti, erano dirette sul punto di levata del Sole nel solstizio d'inverno e, in alcuni casi, anche verso il punto dell'orizzonte in cui, tra il 2000 e il 1000 a.C., sorgeva Rigil Kent appartenente alla Costellazione del Centauro. Per il fenomeno della precessione degli equinozi, oggi Rigil Kent non è più visibile dalla Sardegna; rimangono, però, alcuni osservatori astronomici usati dalla civiltà nuragica per osservare i moti lunari. Sono i cosiddetti pozzi sacri o pozzi della Luna, sul cui fondo si specchia la Luna, una volta ogni 18,6 anni, nelle notti di dicembre e ai primi di gennaio.

Uno dei meglio conservati è quello di Santa Cristina, nei pressi di Paulilatino. Si tratta di una grande cavità a forma di bottiglia che termina in alto con un foro affiorante in superficie. Una grande scalinata porta dalla superficie al fondo dove, da una sorgente naturale, affiora l'acqua. I diametri del foro e dell'ambulacro, che circonda la sorgente, sono tali da prendere un angolo di cielo di 11°,5, esattamente uguale alla distanza minima che la Luna ha allo zenit una volta ogni 18,6 anni alla latitudine di Paulilatino. Sono esattamente le condizioni per cui, intorno al periodo del solstizio d'inverno, si può vedere l'immagine della Luna piena riflessa in fondo al pozzo.

L'autore è ex-docente di Scienze al Liceo Classico "C. Rinaldini"- Ancona


 
Il pozzo di S. C...
Il pozzo di S. C...

Spaccato del poz...
Spaccato del poz...

 
osservatorio
Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 26, anno 2009)

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