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articolo di Veltri Mario

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A conclusione delle due interessanti conferenze sulle "particelle elementari della materia", tenute dalla dott.ssa Antolini dei Laboratori del Gran Sasso e dal dott. Marcellini del CERN di Ginevra, dal folto e attento pubblico sono state poste numerose domande. Una di queste è risuonata più volte in forme diverse durante la discussione. In poche e semplici parole si voleva sapere che utilità viene all'umanità dalla ricerca sulle particelle elementari della materia, specialmente quando si tratta di esperimenti ed impianti molto costosi come sono gli acceleratori di particelle.

I relatori hanno fornito risposte convincenti, spiegando che cosa è la scienza e facendo capire in maniera chiara la distinzione tra ricerca scientifica di base e ricerca scientifica applicata. Il dott. Marcellini ha insistito sul concetto che la ricerca di base ha una sua propria economia che si sottrae a priori ad ogni calcolo. Nessuno sa se, quando e in che modo, può dare vantaggi praticamente sfruttabili. Ha citato il caso del ricercatore Tim Berners-Lee, scienziato britannico dei computer e ricercatore del CERN (l'acceleratore di particelle più grande del mondo), inventore per caso del protocollo di Internet world wide web, messo gratuitamente a disposizione del mondo.

Mi permetto di richiamare la dichiarazione dell'eminente matematico Godfrey Hardy: "Io non ho mai fatto qualcosa che potesse essere "utile". Nessuna delle mie scoperte ha mai avuto - nel bene o nel male - la benché minima importanza per il benessere dell'umanità". Ciò sta a significare che la ricerca pura o di base, sotto il profilo dell'utilità sociale, non persegue finalità applicative immediate e dichiarate. Le applicazioni tecniche e tecnologiche sono invece ben evidenti e palpabili nella ricerca applicata, che subentra a posteriori, all'insaputa dei ricercatori puri, che battono rigorosamente strade, di cui a priori nessuno può dire dove condurranno.


 
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Questo articolo è stato pubblicato sul giornalino Pulsar (numero 25, anno 2008)

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