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"E' tramontata la luna Saffo, 168B. |
Il Toro è dopo Orione la costellazione più grande del cielo boreale ed è anche una delle dodici costellazioni attraversate dall'eclittica, cioè il percorso annuale apparente del Sole. Le stelle che la compongono, in particolare gli ammassi delle Pleiadi e delle Iadi, sono visibili in un periodo che va da agosto a marzo, dove raggiungono la loro culminazione nei mesi invernali.
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In passato la loro presenza nel cielo notturno sembra essere stata diversa e di ciò ci informano le fonti letterarie che si rifanno appunto alle Pleiadi, sicuramente l'asterismo più brillante e misterioso, e raramente anche alle Iadi. Già Omero menziona entrambi gli ammassi stellari nella descrizione dello scudo di Achille fabbricato da Efesto (Omero, Iliade, XVIII, 478-489), e Esiodo ne Le Opere e i Giorni le cala in una sfera molto più pratica, legata all'uso quotidiano che ne facevano gli agricoltori e i naviganti. Pertanto certe stelle divennero valide guide per una più precisa organizzazione del lavoro. "Quando sorgono le Pleiadi figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l'aratura, invece, al loro tramonto. Queste sono nascoste per quaranta giorni e per altrettanti notti; poi inoltrandosi l'anno, esse appaiono appena che si affila la falce. Tale è la norma dei campi, sia per quelli che abitano le pianure vicino al mare, sia per quelli che abitano le opime terre…" (Esiodo, Le opere e i giorni, 383-390) Sette son quelle stelle e ognuna ha un nome: |
![]() fonte: farm5.static.flickr.com |
I naviganti antichi, nel I millennio a.C., attendevano la loro apparizione nel cielo primaverile a maggio, per salpare dopo l'inverno, e rientravano definitivamente nei porti con la loro scomparsa autunnale in novembre. (1, p. 64).
"Se ti prende il desiderio della perigliosa navigazione, bada! Quando le Pleiadi fuggono nel tenebroso mare l'impeto del possente Orione, infuriano i soffi di tutti i venti. Non tenere allora le tue navi nel fosco oceano, ma ricordati di lavorare la terra e fa quello che ti ho detto." (Esiodo, Le opere e i giorni, 618-623).
Virgilio stesso nelle Georgiche (IV, 232-235) nomina l'asterismo ricordando i
tempi della raccolta del miele a primavera:
"Due volte (le api) ammassano i floridi prodotti, due i tempi del
raccolto: appena la pleiade Taigete alle terre mostra l'onesto viso e
dell'oceano i flutti con sprezzante piede respinge, o quando, la triste
costellazione del piovoso Pesce fuggendo, nei flutti invernali contristata dal
cielo discende,"

Immagine presa da Starry Night
La costellazione rappresenta un toro visto solo nella parte anteriore, quasi
colto nell'atto di uscire dall'acqua, e questo per alcuni potrebbe essere
spiegato attraverso il mito che verrà illustrato successivamente (4, pp.
162-163).
Altri invece sostengono che la costellazione fu dimezzata per far posto alla
nuova costellazione dell'Ariete quando, a partire dal 2200 a.C., vi sorgeva il
sole all'equinozio di primavera. "La costellazione del Toro fu creata dopo
il 4380 a.C., quando l'equinozio primaverile cadeva in questa porzione del
cielo. Era dunque la costellazione che inaugurava allora l'anno zodiacale,
sicché evocò il simbolo di un'energia primordiale e celeste, tant'è vero che
in sumero la si chiamava GU.AN.NA, "toro del cielo", oppure GU.SI.DI,
"toro conduttore": animale sacro della divinità lunare oppure suo
simbolo" (1, p. 58).
Più precisamente, i sumeri diedero un nome ad ognuno dei due ammassi stellari,
chiamando le Iadi MUL.GU.AN.NA, tradotto in accadico is le, "mascella del
toro" e l'intera costellazione e le Pleiadi MUL.MUL, in accadico zappu,
"criniera" (3, p. 97).

Sant'Andrea nel coelum stellatum christianum di J. Schiller
(www.lindahall.org/services/digital/ebooks/schiller/schiller077.shtml)
L'Astronomo tedesco Schiller nel suo "Coelum Stellatum Christianum" del 1627 associò Sant'Andrea alla costellazione del Toro.
Riportiamo di seguito le stelle e gli oggetti celesti principali della
costellazione, accompagnati da brevi descrizioni.
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![]() fonte: www.massatrabaria.com ![]() La Nebulosa del Granchio (fonte: http://albatros.blog.kataweb.it) ![]() Le Pleiadi con i nomi delle stelle principali (fonte: 1.bp.blogspot.com) |

Foto delle Pleadi realizzata da Marco Bocchini, socio dell'AMA
Si conoscono diversi miti sulla costellazione e ognuno sembra riferito ora al toro stesso come protagonista dell'azione, ora alle stelle raggruppate nei due ammassi. Così Ovidio nei Fasti (V, 163-182) ci descrive il dolore delle Iadi alla morte del fratello Iante, Igino (Fabulae, 178) e Apollodoro (Biblioteca, III, 4) il mito del ratto di Europa ad opera di Zeus mutato in toro e la fondazione di Tebe per mano di Cadmo guidato da una giovenca.

Il Toro dall'Atlante Celeste di Hevelius (fonte: www.esopedia.it)
Sicuramente la Mitologia Astrale di Igino è la fonte principale da cui attingere i racconti sulla costellazione (II, Toro-21): "Dicono che sia stato collocato in cielo perché trasportò Europa incolume a Creta, secondo il racconto di Euripide. Alcuni sostengono invece che quando Io fu trasformata in giovenca, per riparare al fatto Giove la trasferì in cielo, in modo tale che mostrasse ben visibile la sua parte anteriore in forma di giovenca, mentre il resto del corpo restava in ombra. Il Toro infatti è volto verso levante e le stelle che formano il suo muso sono dette Iadi". Riporta un racconto di Ferecide di Atene in cui erano sette e venivano chiamate Ninfe Dodonee: Ambrosia, Eudora, Pedile, Coronide, Polisso, Fito, Tione. Esse furono le nutrici di Dioniso e Giove le ricompensò trasferendole in cielo. L'autore continua parlando delle Pleiadi come le descrisse il poeta Museo. Erano quindici sorelle figlie di Atlante e di Etra figlia di Oceano. Cinque di esse vennero chiamate Iadi perché morirono dal dolore per la perdita del fratello Iante, ucciso da un leone mentre stava cacciando. Delle restanti dieci, sette sorelle si suicidarono per i lutti subiti e furono chiamate Pleiadi perché la decisione del suicidio fu presa dalla maggioranza di loro (dal greco pleion, più numeroso).
Di seguito riporta un'altra versione ancora, forse la più conosciuta, in cui i nomi di Iadi e Pleiadi venivano fatti risalire a patronimici, cioè le prime venivano ad essere figlie di Iante e di Beozia mentre le altre dell'oceanina Plione e di Atlante. "Dicono che anche queste siano sette, ma nessuno può vederne più di sei. La ragione è che, delle sette, sei giacquero con immortali: tre con Giove, due con Nettuno, una con Marte. La settima, a quanto raccontano sposò Sisifo. Giove generò con Elettra Daradano, con Maia Mercurio, con Taigete Lacedemone. Nettuno ebbe Irieo da Alcione, Lico e Nitteo da Celeno. Marte ebbe Enomao da Sterope, che secondo altri fu invece la moglie di Enomao. Merope, sposa di Sisifo, generò Glauco che secondo i più fu padre di Bellerofonte." La settima stella meno luminosa sarebbe Merope, perché imbarazzata dal fatto di essere andata in sposa ad un mortale, o secondo altri Elettra "perché dicono che le Pleiadi conducano la danza delle stelle, ma dopo la presa di Troia e la distruzione della sua stirpe, che discendeva da Dardano, Elettra, sconvolta dal dolore, si allontanò dalle altre e si stabilì sul circolo chiamato artico, dove la si vede, a intervalli lunghissimi, lamentarsi con i capelli sciolti. Per questo motivo fu chiamata cometa."
Alla fine Igino conclude con il racconto della celebre fuga delle Pleiadi e della madre Pleione inseguite dal gigante Orione e della loro collocazione in cielo ad opera di Giove impietosito; "Così ancora oggi Orione sembra inseguirle nella loro fuga verso occidente".
Bibliografia:
(1). Cattabiani A., Planetario, Milano 2001.
(2). Cresci L., Le stelle celebri, Milano 2002.
(3). Pettinato G., La scrittura celeste. La nascita
dell'astrologia in Mesopotamia, Milano 1998.
(4). Ridpath I., Mitologia delle costellazioni, Padova 1994.
(5). Vanin G., I nomi delle stelle, Milano 2004.