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la scienza e Galileo nel secolo del Divini

di Massimo Morroni (2010)

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Per l'uomo della preistoria il cielo, in fondo, era una sicurezza. In un mondo nel quale potevano succedere le cose più strane e più incomprensibili, il cielo notturno, per quel suo essere sempre uguale a sé stesso, dava pace e serenità. Cosicché, ben presto, l'uomo imparò a rivolgersi alle stelle con grande fiducia e a pensare che Dio le avesse fatte per lui. Divennero il segno della certezza e della benevolenza divina, il punto fermo della creazione, il confine tra ciò che muta, che può guastarsi e perire e ciò che è fuori del contingente, immutabile, serenamente eterno.

  
  

Nel libro dell'antica sapienza è scritto che Dio, quando volle dare esempio di cosa grande, disse ad Abramo: "Guarda il cielo e conta le stelle, se le puoi contare". E la fine del cielo segna, da sempre, la fine del mondo, sicché, nell'Apocalisse, Giovanni scrive: "E vidi: quando aprì il sesto sigillo, avvenne un terremoto grande e il Sole divenne nero come un sacco di crine e la Luna intera divenne come sangue, e le stelle del cielo caddero sulla Terra, cosi come un fico, scosso da un gran vento, lascia cadere i suoi frutti immaturi; e il cielo si ritrasse come un libro che si ravvolge...".

  
  

L'uomo dell'antichità ama dunque il cielo anche se, nello stesso tempo, lo teme. I fatti più importanti della vita vengono perciò legati ad esso: la nascita, le guerre, i trionfi del re, le malattie, la morte. Lo scorrere del giorno è segnato dal silenzioso scivolare del Sole sulla volta celeste, e la notte va via col misterioso trascorrere delle stelle che portano anche, per chi li sa intendere, messaggi che annunciano il volgere delle stagioni.

  
  

E l'uomo preistorico impara a conoscere gli strani sentieri delle stelle. Pietre e ossi di 30.000 anni fa, incisi con segni che indicano chiaramente le fasi lunari, sono testimoni degli interessi astronomici dei cavernicoli del paleolitico superiore. Sono le prime registrazioni di fenomeni celesti.

  
  

Poi, lentamente, l'uomo divenne scienziato, ma scienziato tra virgolette. Infatti, fino al Seicento, è stato un girare intorno a temi decrepiti, uno zoppicare seguendo fantasmi, un dirsi parole vuote facendole passare per importanti.

  
  

Solo in tempi più recenti si sono sentite voci di dubbio che cercavano, annaspando però, nuove soluzioni. E anche Copernico, che pure ha fatto la sua spericolata scelta, non ha sollevato alcun polverone. Un po' perché lui stesso non ha saputo superare i limiti di antichi pregiudizi; un po' perché (e, in fondo, a ragione) ammira profondamente Tolomeo (non per caso la stessa struttura del suo lavoro è tolemaica); un po' perché ha scritto in latino ed è stato letto solo negli ambienti dotti e un po', infine, perché la giudiziosa, diplomatica prefazione ha presentato l'opera come semplice proposta, puro esercizio di abilità matematica, togliendole preventivamente ogni carattere rivoluzionario.

  
  

E Brahe, poi, non è stato capace di vedere nelle sue incredibili scoperte alcun segnale del cambiamento dei tempi. Anzi, si è arroccato sulle torri della vecchia fisica e ha stabilito che Copernico non ha capito proprio niente.

  
  

E Keplero? Ha cancellato tutti i cerchi che da secoli affollavano il cielo e li ha sostituiti con le ellissi, ha accettato il sistema di Copernico, lo ha avvalorato con le sue leggi sfasciando il colossale marchingegno celeste degli antichi, ma, alla fine, anche lui, ha fatto l'accademico, la persona seria, ha scritto solo per i suoi dotti colleghi, in un complicato e tortuoso latino e ha vissuto la grande, stupenda avventura in modo tragico e solitario. Non ha sconvolto nessuno e, ancora una volta, volendo, la sua può essere considerata una geniale trovata di tipo matematico.

  
  

Ci sono, è vero, a questo punto, fin troppi indizi, per ritenere che la "proposta" di Copernico-Keplero sia qualcosa di più di uno strumento matematico-geometrico per calcolare con maggior speditezza e precisione la posizione dei pianeti, però qualche dubbio può sempre restare. In giro per l'Europa, tuttavia, ci sono astronomi, fisici, filosofi, i cosiddetti "minori", i quali hanno sospetti; immaginano che il mondo possa essere diverso da quello concepito dagli antichi; pensano cose un po' eretiche; sentono che non bisognerebbe fidarsi ciecamente della sapienza di quasi duemila anni fa, che forse bisognerebbe rivedere, ricominciare da capo.

  
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