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MITOLOGIA DELLE COSTELLAZIONI

Orione: l'uomo, il mito, la storia

di Alessio Santinelli (2010)

Da sempre l'uomo ha ostinatamente cercato nel cielo quella "trama razionale sottesa all'ordine cosmico, sia essa una fitta trama di figure mitiche o una rete di formule chimiche o fisiche" (1, p. 37); quel cielo che è l'unica eredità che ci accomuna a tutti i popoli del passato, il cui ricordo è celato nel senso che di volta in volta attribuivano a ciascuna costellazione. Pertanto gli astronomi dell'antichità riproponevano nelle costellazioni quegli attori che popolavano i loro racconti mitici e religiosi, e gli astri che le componevano, venivano ad essere dei veri e propri signa; segni che "prima di essere una superstiziosa fede nella previsione del destino" (1, pp. 38-39), lasciavano presagire cambiamenti di ordine principalmente meteorologico, legati all'avvicendarsi del tempo stagionale, e che implicavano anche una serie di trasformazioni importanti nei ritmi e nelle abitudini della vita quotidiana, consentendo una capillare e meticolosa organizzazione del lavoro (si legga in proposito Le opere e i giorni di Esiodo).

A questo punto, resta di chiedersi se i personaggi e le loro gesta che popolano il cielo notturno abbiamo ispirato la mente dei loro creatori o se, molto semplicemente, siano una trasposizione celeste di una realtà terrena preesistente. Quasi sicuramente, le tante varianti che si leggono per ogni mito, in particolare per questo di Orione, possono anche avere una motivazione di ordine meteorologico, nel modo in cui "spesso queste narrazioni mitiche potevano avere una valenza di ordine pratico, concreto, riconducibile a quello stretto rapporto tra cielo e terra, tra tempo delle stelle e tempo del lavoro che è sottesa a molte denominazioni popolari degli astri". (1, p. 39, nota 77)


(fonte: www.coelum.com)
    

Orione pertanto, è la costellazione che meglio incarna questo tipo di discorso in quanto è una delle costellazioni più antiche (si ritrova spesso citata sia in Omero che in Esiodo), le sue stelle sono tra le più brillanti e riconoscibili del cielo notturno, e la sua ciclicità lo rende visibile solo dall'autunno alla primavera.

Da un punto di vista strettamente meteorologico, proprio il suo apparire in autunno, sembra voglia preannunciare la stagione umida delle piogge, ed in questo senso può essere spiegato il fatto che nella tradizione classica si ritrovi sovente appellato con aggettivi che ne danno un'accezione negativa. Già Omero nel XXII libro dell'Iliade (25-29), paragonando Achille a Sirio (la stella più luminosa del cielo invernale che brilla subito al di sotto di Orione), dice: "lo chiamano il cane di Orione ed è il più luminoso ma la sua luce è segno funesto, presagio di febbri violente per gli infelici mortali". Virgilio nell'Eneide lo definisce come saevus (VII, 719), nimbosus (I, 535) e acquosus Orion (IV, 52); Orazio negli Epodi lo appella come tristis (X,10) e infestus (XV, 7-8); Plinio il Vecchio gli accosta l'epiteto di vehemens (Naturalis Historia, XVIII, 223). (1, p. 40-42)

Sulla medesima valenza meteorologica, vengono creati attorno alla costellazione tutti quei racconti mitologici delle popolazioni a sud dell'equatore, in questo caso non più intesa come annunciatrice della pioggia invernale ma della stagione secca estiva. Un esempio può essere ricercato nel racconto di Asaré presso la tribù Sherenté del Brasile, in cui il giovane e i sette fratelli alla ricerca dell'acqua vengono identificati proprio con Orione e l'ammasso delle Pleiadi (si leggano a riguardo le Mythologiques di C. Lévi-Strauss). (1, p. 42-44)

Da un punto di vista mitologico invece, sembra proprio che quasi tutte le popolazioni che si affacciavano sul bacino del mediterraneo, siano concordi nel attribuire alla costellazione la valenza di un gigante che si macchia di empietà. 


(fonte: www.archeosando.it)

I nomi stessi delle stelle che lo compongono sembrano alludere che gli antichi vedessero in quella particolare disposizione stellare un uomo o, più precisamente, un guerriero:

  • λ Meissa (m. 3,6-5,5) è "la splendente, colei che marcia con fierezza" (al-Maisan), la stella doppia che corrisponde alla testa di Orione.

  • α Betelgeuse (m. 0,5) è "la spalla di Orione" (mankib al-jauza);

  • γ Bellatrix (m. 1,64) è la "guerriera", l'unica stella gruppo con un nome in latino e forse il tentativo di rendere in latino il nome arabo di Orione, al-jabbar "il gigante";

  • ζ Alnitak (m. 1,77) è "la guaina" (al-Nitaq);
    ε Alnilam (m. 1.70) è "il filo di perle" (al-Nizam);
    δ Mintaka (m. 2.23) è "la cintura di al-jauza" (al-Mintaqa)
    Le tre stelle allineate furono chiamate in diversi modi: in India Isus Trikanda "le tre frecce legate insieme", in Groenlandia Siktut "i cacciatori di foche", gli aborigeni australiani le chiamavano "i giovanotti danzanti" che stavano ballando per attirare l'attenzione di alcune giovanette rappresentate dalle Pleiadi. (Si legga a riguardo 1, pp. 115-154)

  • B33 è la famosa Nebulosa Testa di Cavallo, subito al di sotto di Alnitak;

  • M42 o NGC1976 è la Grande Nebulosa di Orione o "la spada di Orione", al di sotto della cintura ed è alimentata dalle stelle che compongono l'ammasso aperto del Trapezio.

  • κ Saiph (m. 2,06) è "la spada del gigante" (saif al-jabbar);

  • β Rigel (0,12) è "il piede di al-jauza" (rijl al-jauza).

Al-jauza è un aggettivo femminile babilonese usato per indicare la costellazione, dove la radice del nome jwz probabilmente sta a significare "mezzo, centro", in virtù della sua posizione a cavallo dell'equatore. Tale nome però, nella tradizione arabo-islamica, stava ad indicare anche la costellazione dei Gemelli. Una prima diversificazione si ha in epoche successive, ad esempio nell'Almagesto di Tolomeo, dove i Gemelli vennero identificati con al-Taw'aman, traduzione dal greco di Didumoi, mentre Orione con al-jabbar, "il gigante". (1, pp. 16-20; 2, pp. 78-81; 3, pp. 46-47; 4, pp. 108-109; 7, pp.135-136; 8, pp. 92- 96)

    
Nebulosa Testa di Cavallo
(fonte: frisbiii.altervista.org)


La nebulosa di Orione M 42
(fotografia scattata dal socio A.M.A. Michele Bocchini)

Paola Capponi nell'opera "I nomi di Orione" afferma che è proprio la maestosità e l'estrema brillantezza della costellazione che "sembra con la sua imponenza lanciare una sfida a Dio, arrogante e altero pare voler gareggiare con gli dei." (1, p. 51) In effetti, è proprio quella superbia, quell'empietà, quell'arroganza che caratterizza l'eroe in ogni racconto mitologico.


Orione nell'Uranographia di Johann Bode
(fonte: bdaugherty.tripod.com/astronomy/bodeOrion.gif )

Nell'Antico Testamento Orione è appellato come Kesil "empio", e alla costellazione viene associato il mito ebraico di Nimrod - probabilmente il dio Ninurta delle mitologie babilonesi - dove è descritto come un cacciatore, dotato di una forza straordinaria e grandi abilità, in virtù del dono della pelle che Dio aveva fatto per Adamo ed Eva. Da grande servitore e adoratore di Dio ben presto però, forte delle proprie capacità, innalzò idoli di pietra e di legno affinché fossero adorati da tutti e costruì la torre di Babele, lanciando una sfida direttamente a Dio. Gli angeli a questo punto scesero per punire i rivoltosi, confusero loro il linguaggio e la torre fu distrutta. Nimrod però continuò a regnare finché durante una battuta di caccia venne ucciso e privato degli indumenti da Esaù, fratello di Giacobbe che a sua volta rubò le sacre vesti e le nascose affinché nessuno potesse scovarle e perpetrare l'oltraggio. (1, pp. 51-59)

I sumeri, i primi astronomi, chiamavano la costellazione di Orione, URU AN-NA "la luce del cielo", e la identificavano con il loro grande eroe Gilgamesh nell'atto di scontrarsi contro il Toro GUD AN-NA "il toro del cielo". Il mito vuole che Gilgamesh, re di Uruk, aveva rifiutato la dea Ishtar (assimilabile con la greca Venere) che gli si era offerta in sposa. La dea, furiosa, andò a chiedere vendetta al padre An, il dio del cielo astrale, il quale inviò un toro a gettare scompiglio tra le campagne del regno. Gilgamesh con l'aiuto del fedele compagno Enkidu lo uccise e ne scagliò in cielo i pezzi contro la dea. (2, pp. 77-78; 7, p. 132)

Nell'antico Egitto, la costellazione era identificata col dio del regno dei morti Osiride, dove la ciclicità tipica stagionale che era segnata proprio da Orione, "era associata al delicato momento di passaggio, carico di attese e di paure, in cui si consuma la vittoria sulla morte e si celebra la rinascita." (1, p. 48, nota 77) Così, se da un punto di vista meteorologico l'avvento della costellazione segnava la fine della siccità estiva e la prossima piena fertilizzante del Nilo, da un punto di vista religioso, il mito della morte di Osiride per mano di Seth, e la straordinaria nascita del figlio Horo concepito con la sorella e moglie Iside, segnavano la garanzia della successione al trono e il mantenimento dell'unità stessa d'Egitto, attraverso il principio dinastico dell'istituto monarchico dei faraoni. (6, pp. 44-47)

Nel mondo greco, c'è una prima menzione ai trascorsi mitici di questo personaggio nel V libro dell'Odissea di Omero (121-124), quando la ninfa Calipso indignata contro gli dei per averle ordinato di lasciare che Odisseo ritorni in patria, ricorda gli infelici amori tra dei e mortali: "Così, quando Aurora dalle dita di rosa si prese Orione, glielo invidiaste voi numi che avete facile vita finché in Ortigia Artemide veneranda dall'aureo trono lo uccise raggiungendolo con le sue frecce miti." Sempre nell'Odissea (XI, 572-575), Odisseo disceso agli Inferi vede Orione gigantesco che incalza le fiere per la prateria degli Asfodeli, con una mazza infrangibile di bronzo massiccio. (1, pp. 64-69)


Orione nel Firmamentum Sobiescianum di Johannes Hevelius
(fonte: www.brera.inaf.it/hevelius/galleria.html)

In primo luogo sono da evidenziare tre elementi cardini su cui si struttureranno le varianti del mito tipiche della tradizione classica, e cioè il fatto di essere un gigante abilissimo nella caccia di animali feroci, l'amore impossibile verso dee e mortali, e la morte dovuta alla sua uccisione.

Secondo le opere "catasterismiche", e cioè quelle fonti più comuni di miti astrali quali ad esempio Igino ed Arato, ma anche nella Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro, Orione è figlio di Poseidone (il dio del mare) e Euriale (figlia di Minosse). Ricevette in dono di camminare sull'acqua e arrivato a Chio, il re Enopione gli promise la mano della figlia Merope se avesse ucciso tutte le belve che infestavano l'isola. Il re non onorò la sua promessa, Orione si ubriacò e usò violenza alla ragazza ed Enopione lo accecò e lo fece precipitare da una roccia. Il gigante riuscì a raggiungere Lemno, e alla fucina di Efesto (il dio fabbro) chiese al giovane serva Cedelione di mettersi sulle sue spalle e di guidarlo; rientrò nel mare e dirigendosi con il viso volta ad oriente verso il sole nascente riconquistò la vista. Tornato a Chio per uccidere Enopione non riuscì a trovarlo perché nel frattempo si era nascosto in un sotterraneo con l'aiuto di Efesto stesso. A questo punto si recò a Creta dove cacciò in compagnia di Artemide (la dea arciera sorella di Apollo), ma Eos (la dea dell'aurora) si innamorò di lui.

In tutte le versioni della morte di Orione, il ruolo di Artemide è importante. Morì per aver osato sfidare la dea al lancio del disco, oppure perché aveva usato violenza ad Opide, secondo lo Pseudo-Apollodoro, o ancora, perché mentre uccideva le belve che infestavano Chio cercò di usare violenza alla stessa Artemide che lo uccise per mezzo di uno scorpione. La versione è riportata nel Phenomena di Arato; Ovidio ritrae il gigante nel tentativo di salvare Latona (madre di Artemide) dall'animale, mentre Igino ed Eratostene riportano invece la versione per cui Orione si vantava con Artemide e la stessa Latona di essere il più abile cacciatore. Comunque, in tutte e tre le versioni, la Terra fece uscire uno scorpione da una spaccatura nel terreno che lo punse a morte. A questo punto Orione e lo scorpione furono sistemati su lati opposti del cielo, in modo che mentre lo Scorpione sorgeva ad est, Orione fuggiva sotto l'orizzonte a ovest. "L'infelice Orione teme ancora di essere ferito dal pungiglione velenoso dello scorpione", notava Germanico Cesare. (7, p. 134) Piccolomini scrive a riguardo: "Giove dunque, per lasciar memoria ai mortali di quanto spesso nuoccia il confidarsi troppo in se medesimo, il vittorioso scorpione nel Ciel collocò". Pertanto, "per rispettare i differenti punti di vista dei contedenti, gli antichi posero il velenoso animale ben lontano da Orione". (3, p. 120)

Secondo una versione completamente diversa raccontata da Igino nel De Astronomia, Artemide stessa aveva deciso di sposarlo ma il fratello Apollo le tese un tranello e indicandole un oggetto lontano nel mare la provocò dicendole che non sarebbe riuscita a colpirlo. Artemide lanciò il dardo e colpì il bersaglio e quando comprese di aver ucciso l'amato, lo pose in cielo tra le costellazioni. (5, pp. 228-229)

In un altro mito Orione è legato all'ammasso stellare delle Pleiadi appartenenti alla costellazione del Toro; le sette sorelle figlie del titano Atlante e dell'oceanide Pleione. Si racconta che il gigante vide in Beozia le sette sorelle, se ne innamorò e le inseguì con intenti amorosi. Le Pleiadi insieme alla madre Pleione fuggirono e Zeus per salvarle le pose in cielo sottoforma di stelle, dove ancora oggi il cacciatore sembra che le stia inseguendo. (5, p. 229; 7, p. 134)

Nei Fasti di Ovidio e nelle Fabulae di Igino, è riportata una versione differente sulla nascita del gigante, e cioè quella secondo la quale Orione derivi dall'orina di Giove, Nettuno e Mercurio sulla pelle del bue sacrificato per loro da Irieo, un anziano della Beozia che per la generosità dimostrata nell'aver accolto le tre divinità sotto spoglie mortali, gli fecero il dono del figlio che desiderava. (1, pp. 70-71)

I miti e le varianti sono molteplici, e chiaramente non è nostro l'obbiettivo di proporle tutte ne tantomeno è questa la sede più idonea ad un discorso di questo tipo, ma di certo sarebbe interessante per lo meno sapere che cosa si sta guardando nel cielo, a chi corrispondeva quella costellazione nell'antichità e riuscire a capire di trovarci di fronte non a porzioni di spazi isolati rispetto al resto del firmamento, ma ad una trama sottile di ingegnosi collegamenti di cui la giusta interpretazione può esserci offerta dall'unione del tempo astrale e meteorologico, e del tempo del mito e della storia.

Bibliografia:

(1). Capponi P., I nomi di Orione, Venezia 2005
(2). Cattabiani A., Planetario, Milano 2001.
(3). Cresci L., Le stelle celebri, Milano 2002.
(4). Ferreri W., Costellazioni e mito, Milano 2000.
(5). Grant M., Hazel J., Dizionario della mitologia classica, Milano 1990.
(6). Scarpi P., Manuale di storia delle religioni, Roma - Bari 1998.
(7). Ridpath I., Mitologia delle costellazioni, Padova 1994.
(8). Vanin G., I nomi delle stelle, Milano 2004.


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