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Galileo Galilei nella Padova del 1604

di Sabrina Masiero (2010)

Il 21 aprile 1604, in piena atmosfera pasquale, il signor Silvestro Pagnoni si presentò al tribunale patavino del Sant'Uffizio per esporre una denuncia contro "el signore Galileo Galilei mathematico pubblico nel Studio di Padova".

Si tratta di una denuncia poco famosa nei confronti di Galileo Galilei, scoperta qualche anno fa dal Professor Antonino Poppi dell'Università degli Studi di Padova. Una notazione presente in alcuni documenti elencati nel cosiddetto "Archivio Sartori" della Basilica del Santo, dove era ospitata la sede del Sant'Uffizio padovano, ha portato, dopo varie ricerche condotte a Padova e in Vaticano con risultato negativo, a rintracciare presso l'Archivio di Stato di Venezia un'ampia documentazione di questa denuncia contro Galileo all'Inquisitore di Padova.


Ritratto di Galileo Galilei di Domenico Robusti, 1605 (ritratto conservato presso il Maritime Museum di Londra).
E’ il ritratto ufficiale che Galileo si fece quando era docente di matematica all’Università di Padova. (immagine tratta da Wikipedia)

In quella prima primavera del 1604 i predicatori della Quaresima invitavano i fedeli a far conoscere alle autorità ecclesiastiche tutto quello che veniva fatto e pensato e che non era in accordo con i principi della Chiesa Cattolica. Nella prima parte della denuncia Silvestro Pagnoni informava il Sant'Uffizio che il "mathematico pubblico" faceva oroscopi a pagamento per persone che si recavano nella sua casa. Il fatto grave non stava tanto nella pratica di estorcere denaro ai clienti, quanto nel convincere questi ultimi che la loro vita dipendeva strettamente dalle stelle e dai pianeti. In quel comportamento, dunque, non si scorgevano i segni della truffa nei confronti di individui particolarmente ingenui, ma si vedevano chiari indizi dell'eresia. Le vicende di una vita non erano, infatti, tracciate nei segni zodiacali, perché ciò avrebbe gravemente leso il volere del Dio creatore.

Utile riportare alcuni brani della denuncia che mostrano in modo vivo e realistico qual era lo spirito del tempo:

"Io, per scarico della cosciencia mia et comandamento del mio padre confessore, io son venuto a denonciare al S. Officio el signore Galileo Galilei matematico publico nel Studio di Padova, per chè io gli ho veduto in camera sua fare diverse natività per diverse persone, sopra le quali gli fece el suo giudicio. Et gliene fece una a uno, che gli disse che haveva da viver ancora 20 anni, et el suo giudicio lo teneva per fermo et indubitato che dovesse seguire".

In secondo luogo, dalla denuncia emergeva un ritratto poco edificante della vita privata del denunciato. Pur dichiarando che Galileo era un buon uomo, il quale non manifestava dubbi "nelle cose della fede", Pagnoni sosteneva di conoscere abbastanza bene il professore di matematica affermando che:

"Io so anco questo, che io son stato 18 mesi in casa sua et non l'ho mai visto andare alla messa altro che una volta, con occasione che lui andò per accidente, per parlare a monsignore Querengo, che io fui con lui; et non so che lui si sia confessato et comunicato mentre sono stato in casa sua. Ho ben inteso da sua madre che lui mai si confessa e si comunica, la qual me lo faceva delle volte osservar le feste se andava alla messa, et io osservandolo, in cambio de andare alla messa andava da quella sua […] Marina veneziana: sta al Canton de ponte corbo".

La donna citata era Marina Gamba, l'amante come veniva definita allora, in quanto Galileo non si congiunse mai in matrimonio.

Come testimone Pagnoni sembrava attendibile. Egli, infatti, non solo mostrava d'essere bene informato sulle quotidiane faccende di Galileo, ma poteva soprattutto portare, a sostegno della sua credibilità, la notizia secondo cui l'incarico di spiare il denunciato proveniva dalla madre del professor Galilei, Giulia Ammannati, che proprio nel 1604 era stata in Padova. La signora Ammannati aveva inoltre confidato a Pagnoni che già negli anni giovanili Galileo aveva condotto una vita caratterizzata da vicende non "virtuose".

Madre poco esemplare, Giulia Ammannati faceva sempre pressioni sul figlio allo scopo di avere denaro, e le visite materne erano spesso, per Galileo, assai poco piacevoli. Anche perché Galileo doveva non solo provvedere a lei, ma contribuire al mantenimento del fratello Michelangelo, alla dote delle sorelle Virginia e Livia, nonché alle spese per Marina Gamba, dalla quale aveva già avuto due figlie: Virginia, nata nel 1600, che sarebbe poi diventata Suor Maria Celeste, e Livia, che era venuta al mondo nel 1601 e che avrebbe assunto, entrando in convento, il nome di suor Arcangela. Sempre da Marina Gamba ebbe nel 1606, un figlio di nome Vincenzio.

Galileo, insomma, aveva ottime ragione per mettersi in saccoccia qualche lira sfruttando le superstizioni degli sciocchi che a lui si rivolgevano per conoscere il loro futuro. E non sui soli oroscopi egli faceva d'altronde affidamento per compensare il magro stipendio da professore: la sua casa ospitava studenti a pagamento e nel Laboratorio di Mazzoleni si fabbricavano strumenti da vendere a privati cittadini.


Il cannocchiale di Galileo
( Cortesia: Prof. Francesco Bertola, Università degli Studi di Padova)

Certamente non si tratta di accuse gravi, ma i Rettori dell'Università di Padova si preoccuparono per le conseguenze che tale denuncia poteva avere per il buon nome dell'Università e il giorno successivo, il 22 aprile, venne informato il Senato della Repubblica Veneta, per avere consigli su come procedere e informandolo inoltre che si erano già rivolti all'Inquisitore di Padova affinché "soprasseda il passar più innanti, per poterne dar conto a Vostre Signorie, Illustrissime, il quale prontamente ha promesso di così fare".

Il problema era quello di evitare in tutti i modi che la denuncia fosse inoltrata, come d'uso, all'inquisizione di Roma. Immediatamente il Governo veneziano esamina il caso e il 5 maggio 1604 scrive ai Rettori dello Studio di Padova, puntualizzando l'inconsistenza delle accuse e pregandoli di far sì che il processo non venga trasmesso a Roma con le seguenti parole garbate, ma che avevano tuttavia il tono di un'ingiunzione all'Inquisitore di Padova: "… vi commettemo che debbiate con la solita vostra prudenza et destrezza procurare che non si proceda più oltre nelle dette denuncie".
Gli sforzi della Repubblica Veneta e dello stesso Doge che intervenne di persona ebbero successo a riprova dell'influenza di Venezia nei confronti del Papato. Certamente se Galileo non avesse lasciato Padova avrebbe potuto serenamente proseguire le sue ricerche senza andare incontro al processo e alla condanna del 1633, potendo contare sulla potente protezione della Repubblica di Venezia.

Le citazioni e alcune informazioni di questo articolo sono tratte dal libro "Da Galileo alle Stelle" del Prof. Francesco Bertola (Università degli Studi di Padova), Edizioni Biblos.


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